Coronavirus e Covid-19 – Una Lunga Storia

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Coronavirus e Covid-19 – Una Lunga StoriaCoronavirus e Covid-19 – Una Lunga Storia

Benché in genere, i coronavirus causino innocui raffreddori, nell’ultimo ventennio o quasi, abbiamo imparato a conoscerli e a temerli…

Era il marzo del 2003 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per la prima volta nella sua storia, lanciò un allarme globale per il pericolo pandemico di una sindrome respiratoria acuta grave (severe acute respiratory syndrome), individuata con l’acronimo SARS, causata da un coronavirus, cui venne dato il nome di SARS CoV. Nel 2012, fu la volta della sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS). E nel 2019, un nuovo coronavirus, causa di un focolaio di malattia originatosi in Cina, ha fatto esplodere la bomba a orologeria, che è stata ed è tuttora, la pandemia di SARS-CoV-2, responsabile della malattia Covid-19.

In ragione della stretta parentela genetica con il virus della SARS esplosa nel 2003, al coronavirus responsabile del Covid-19 è stato assegnato il numero 2 (SARS-CoV-2), benché non sia secondo a nessuno dei suoi predecessori quanto a contagiosità e letalità.

Da dove salta fuori il SARS-CoV-2?

I coronavirus sono chiamati così per via delle strutture acuminate presenti in superficie, dotate di glicoproteine, le cosiddette “spike”, in grado di legarsi ai recettori della cellula ospite, facilitando l’ingresso del patogeno nella cellula umana. Sono virus molto diffusi nella popolazione animale, in particolare nei pipistrelli. In genere, i patogeni che infettano gli animali non infettano l’uomo e sono pertanto innocui, tranne che si verifichi il “salto di specie” (spillover), ossia il salto dall’animale all’uomo. E questo può avvenire grazie a una mutazione del genoma virale che consenta al patogeno di infettare le cellule umane. Non ci sono ancora certezze sulla provenienza del virus del Covid-19, ma secondo accreditate ipotesi, il salto di specie del virus dei pipistrelli sarebbe avvenuto con la mediazione di un altro animale, appartenente a un’altra specie, il pangolino. Quest’ultimo avrebbe svolto il ruolo di ospite intermedio, tra il pipistrello e l’uomo. Le condizioni igieniche precarie, la compresenza di pipistrelli e pangolini nei wet market cinesi della zona da cui sembra si sia diffusa l’epidemia e la commistione di sangue e organi degli animali macellati nello stesso mercato, con conseguente contaminazione di venditori e clienti, è probabile che abbiano determinato il cocktail perfetto per favorire lo spillover.

Come si trasmette il SARS CoV-2?

Quando respiriamo, parliamo, cantiamo, starnutiamo o tossiamo, anche se non ce ne accorgiamo, emettiamo minuscole goccioline (droplet), che possono raggiungere e contaminare le persone che ci sono vicine o depositarsi sulle superfici. Quando una persona ha in corso un’infezione da SARS-CoV-2 con le goccioline emette anche una certa quantità di virus. Questo può raggiungere le mucose di un individuo suscettibile e penetrare all’interno delle sue cellule. Il malcapitato, suo malgrado, diventerà un nuovo ospite e quindi, un nuovo infetto. Il virus può diffondersi anche in modo indiretto, per esempio, toccando con le mani una superficie contaminata da droplet e trasferendo poi, inavvertitamente, i patogeni a contatto con la mucosa di occhi, naso o bocca. Questo è il motivo per cui abbiamo imparato a fare nostre le misure igieniche raccomandate:

  • distanziamento fisico;
  • uso della mascherina per coprire naso e bocca;
  • pulizia delle mani;
  • ventilazione degli ambienti.

I fattori di rischio dell’infezione da SARS-CoV-2 includono l’avere un contatto diretto con una persona infetta, ancorché asintomatica, a meno di due metri e per un tempo superiore a quindici minuti. È questa una delle condizioni che definiscono il cosiddetto contatto stretto di un caso sospetto o confermato. Così come stringere la mano o venire a contatto a mani nude, con le secrezioni di una persona malata di Covid-19. Il contatto stretto è in definitiva, una persona con un rischio elevato di infezione. Ecco perché il tracciamento dei casi risultati positivi al virus del Covid-19 richiede la rapida definizione e individuazione dei contatti, in modo da applicare le idonee misure di prevenzione della diffusione della malattia e cioè, la quarantena e al termine, il tampone antigenico o molecolare.

Perché la quarantena?

È una misura di contenimento della diffusione dell’infezione, la cui durata non è casuale, ma determinata in base al periodo di incubazione, in cui il virus si replica. L’organismo richiede tempo per intercettare il virus e organizzare la risposta immunitaria contro di esso. Questo intervallo temporale è il tempo che intercorre tra l’ingresso del virus nell’organismo e la comparsa dei sintomi, che possono comparire da 2 a 14 giorni dopo l’esposizione al virus. Il tampone effettuato prima di avere completato il tempo della quarantena può dare risultati falsamente negativi e questa è la ragione per cui non è possibile abbreviare la quarantena in virtù di un tampone negativo.

Quali sono i sintomi di Covid-19?

Le manifestazioni cliniche del Covid-19 sono comprese in un range di variabilità estrema, che va dall’assenza di sintomatologia alla malattia grave. È bene sapere che, a differenza di altre patologie infettive, nel caso di infezione da SARS-CoV-2, la trasmissione del virus in circa un caso su due, avviene a partire da individui infetti e asintomatici. I sintomi più comuni includono:

  • mal di gola;
  • tosse;
  • febbre;
  • difficoltà respiratorie;
  • debolezza;
  • malessere generale e dolori muscolari;
  • perdita del gusto e/o dell’olfatto.

In presenza di questi sintomi, il cui elenco non è esaustivo, risulta di fondamentale importanza auto-isolarsi e contattare il medico, che valuterà la necessità di verificare l’eventuale infezione da SARS-CoV-2 mediante l’effettuazione di un tampone antigenico o molecolare.

Covid-19 – Tamponi e altri test

I tamponi, in medicina, sono un esame comune e frequente per rilevare la presenza di patogeni. Ma in tempi di Covid-19, il tampone è diventato sinonimo di test per la rilevazione del virus SARS-CoV-2. Al momento, sono due i test validati:

  • molecolare: è lo strumento diagnostico più affidabile, ma richiede tempi piuttosto lunghi per il completamento delle reazioni, motivo per cui non può essere utilizzato come sistema rapido di screening. Utilizza la tecnologia RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction), che consente di amplificare i geni virali espressi durante l’infezione e raccolti attraverso il campione prelevato con il tampone naso-faringeo. Ciò significa che nel caso in cui il virus abbia infettato l’organismo, il materiale genetico virale presente anche in piccola quantità nel tampone prelevato, viene amplificato e rintracciato dal test. Il test positivo indica che il contagio è avvenuto;
  • antigenico: in questo caso, il test accerta la presenza nel campione prelevato con il tampone naso-faringeo di tracce virali rappresentate da proteine (antigeni) del SARS-CoV-2. È un test rapido, che in 15 minuti consente di ottenere il risultato. Se positivo, indica che il virus è presente e quindi, il contagio è avvenuto. Tuttavia, la sensibilità e la specificità di questo test sono inferiori rispetto al test molecolare, pertanto in caso di risultato positivo, è necessario confermare il dato mediante un test molecolare.

Entrambi i test sono eseguiti prelevando il materiale biologico da esaminare mediante un tampone naso-faringeo. Un bastoncino, simile a un lungo cotton fioc, viene inserito attraverso le narici, fino a raggiungere la parte alta delle vie respiratorie.

Il test sierologico invece, ricerca le tracce dell’avvenuta infezione virale in modo indiretto, verificando la presenza di anticorpi (IgG e IgM) diretti contro specifiche proteine virali. La presenza di anticorpi anti SARS-CoV-2 nel siero indica che c’è stata una reazione immunitaria contro l’agente infettivo, ma non fornisce informazioni in merito alla presenza dell’infezione virale nel momento del prelievo. Il test sierologico infatti, non è un test diagnostico e qualora fosse negativo, non sarebbe una prova di assenza di infezione. Questo perché il nostro sistema immunitario impiega alcuni giorni per produrre anticorpi specifici, che permangono poi, in circolo nel sangue per un periodo piuttosto lungo. Dunque, il test sierologico può risultare negativo nei primi giorni dell’infezione e può risultare positivo invece, anche se l’infezione è stata già superata e il virus eliminato.

Covid-19 – prevenire è meglio che curare

Covid-19, come purtroppo abbiamo appreso, non è una malattia esclusivamente respiratoria, ma può comportare danni a cuore, reni, fegato e altri organi. Il nuovo coronavirus entra nelle cellule dell’organismo umano attraverso una porta specifica, il recettore dell’ACE2 (Angiotensin Converting Enzyme 2 – Enzima di Conversione dell’Angiotensina). Quest’ultimo è un enzima che regola la vasocostrizione delle arterie e che si trova sulle cellule dell’epitelio polmonare, dove protegge il polmone dai danni causati da infezioni, infiammazioni e stress. Quando il virus penetra nella cellula umana, legandosi al recettore ACE2, riduce l’espressione recettoriale e gli effetti protettivi connessi.

Nei primissimi giorni successivi al contagio, possono comparire febbre, tosse e cefalea o si può riscontrare assenza di sintomi. Se l’organismo non riesce a respingere l’attacco virale, il SARS-CoV-2 penetra nelle vie respiratorie profonde, bronchi e polmoni, dove infiamma gli alveoli e compromette la funzione respiratoria.

I polmoni sono in genere il punto di partenza, ma la Covid-19, si sa, può arrivare a interessare l’intero organismo sia a causa dei danni prodotti direttamente dal virus, sia in modo indiretto, a causa della reazione infiammatoria incontrollata scatenata dall’infezione virale. Particolare attenzione merita la cosiddetta “tempesta citochinica”, scatenata dal sistema immunitario, e che porta al rilascio di molecole ad azione pro-infiammatoria, le citochine appunto. Tali molecole autoprodotte dall’organismo vanno ad agire in maniera sistemica su tutto il corpo, danneggiando organi e tessuti. Le lesioni si producono a livello del sistema cardiocircolatorio e cerebrale, con un deciso aumento del rischio di infarti, encefaliti e ictus. Possono essere interessati anche il fegato, i reni e l’intestino e nei casi più gravi, si assiste a un’insufficienza multiorgano. Questo è il motivo per cui alcuni pazienti COVID-19 hanno bisogno di cure intensive. E questa è la ragione per ribadire una volta di più la necessità di limitare i contagi e prevenire l’infezione e quindi, il rischio di malattia che, nei soggetti a rischio, può comportare conseguenze assai gravi, nel breve e nel lungo termine.

Fattori di rischio ed evoluzione della malattia – dal Covid-19 al Long Covid

Chi contrae l’infezione sviluppa i sintomi dopo un periodo di incubazione che va da cinque a undici giorni. Rara, ma possibile, è la comparsa di sintomatologia a distanza di due settimane dall’infezione. Gli individui di tutte le età sono a rischio di infezione da SARS-CoV-2 e di sviluppo della malattia in forma grave. La probabilità di avere una forma grave di Covid-19 è tuttavia, maggiore negli over-60, in coloro che presentano malattia croniche, diabete, tumori, ipertensione, immunodeficienze e in chi vive in casa di cura. Nei bambini, la malattia si presenta in genere, in forma più lieve, ma con l’età aumenta il rischio di sviluppare una sintomatologia grave. Anche la gravidanza può aumentare il rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19.

In una ricerca condotta in Cina, su oltre 72 mila malati di COVID-19, in 8 casi su 10, la malattia ha causato una sintomatologia lieve e non ha determinato polmonite. In più di un caso su dieci, è stata riscontrata una forma grave, con sviluppo di polmonite, difficoltà respiratorie, saturazione dell’ossigeno <93%. Nel 5% dei casi, la malattia è evoluta in una forma critica, caratterizzata da insufficienza respiratoria, shock settico e disfunzione multiorgano.

Merita un’attenzione particolare la particolare forma di persistenza dei sintomi, in chi abbia sofferto di Covid-19 in forma sintomatica, denominata Long Covid. È una condizione caratterizzata da senso di affaticamento, astenia, febbre e dolori articolari. Il quadro sintomatologico è in verità, assai variabile e non è raro riscontrare anche disturbi cardiovascolari, neurologici, gastrointestinali e psichiatrici. La Long Covid riguarda tutte le età ed è stata riconosciuta come un’entità clinica specifica, con propri percorsi di cura, previsti anche nel nostro Paese, sulla base delle raccomandazioni elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alfa, Beta, Gamma, Delta – Varianti ed efficacia vaccinale

Le varianti altro non sono che mutazioni del patrimonio genetico virale e sono favorite da un aumento della replicazione virale. Quindi, maggiori sono i contagi, maggiore è la probabilità che il virus possa mutare. Fin dall’inizio della pandemia, sono state osservate nuove varianti del virus SARS-CoV-2 che, come tutti i virus, presenta un’evoluzione costante, a seguito di mutazioni nel genoma, che lo rendono diverso dal virus originario. Dalla variante Alfa o inglese, alla Beta o sudafricana. Poi è stata la volta della Gamma o brasiliana e della Delta o indiana. Ma l’evoluzione continua e dopo la Epsilon o californiana, poco diffusa, è stata già identificata la variante Lambda.

La nuova impennata dei contagi causata dalla diffusione della variante Delta ha reso noto a tutti o quasi, quanto sia importante limitare la replicazione virale attraverso la vaccinazione e il rispetto delle misure di contenimento dei contagi – uso delle mascherine, distanziamento, igiene delle mani etc – anche al fine di non innescare la generazione di varianti che possano eludere la barriera di sicurezza creata proprio grazie ai vaccini e alla sempre più numerosa popolazione vaccinata.

Le istituzioni sanitarie mondiali monitorano in modo continuo non soltanto l’evoluzione del SARS-CoV-2, ma anche l’efficacia degli attuali vaccini disponibili contro le nuove varianti. I vaccini infatti, sono stati allestiti sulla base della proteina Spike del virus originario, cioè non mutato. Nel caso in cui la mutazione interessasse questa proteina, il sistema immunitario dei soggetti vaccinati potrebbe non riconoscere più la variante del virus.

La buona notizia però, è che i risultati degli studi in corso mostrano che un ciclo completo di vaccinazione con uno dei quattro vaccini approvati, comprendente due dosi vaccinali, è in grado di proteggere nei confronti delle principali varianti in circolazione.

Vaccinati e protetti per molti mesi

L’aumento della copertura vaccinale ha drasticamente ridotto il numero dei ricoveri ospedalieri ordinari e in terapia intensiva. Il vaccino, come si sa, è efficace nel ridurre i casi gravi e gli effetti più temuti della malattia, ma non protegge al 100% dall’infezione. Motivo per cui vanno rispettate le regole sanitarie per il contenimento dei contagi, ancor più a seguito delle riaperture, al fine di non vanificare gli sforzi fatti fin qui.

Secondo i dati pubblicati dall’ISS il 16 luglio del 2021, l’efficacia vaccinale ha fatto registrare percentuali davvero incoraggianti nel caso in cui il ciclo vaccinale sia completo:

  • superiore all’88% nel prevenire l’infezione;
  • oltre il 94% nel prevenire l’ospedalizzazione;
  • maggiore del 97% nel prevenire il ricorso alla terapia intensiva;
  • superiore al 95% nel prevenire i decessi da Covid-19.

Uno studio pubblicato di recente sulla rivista Nature Communications da ricercatori dell’Università di Padova e dell’Imperial College di Londra, ha analizzato tra febbraio/marzo e novembre 2020, i sieri dei soggetti che avevano prodotto gli anticorpi anti-SARS-CoV-2 a seguito di infezione. La ricerca sierologica ha messo in luce che, a distanza di nove mesi, gli anticorpi erano ancora presenti nei soggetti già sieropositivi. E benché non sia possibile stabilire quale concentrazione di anticorpi garantisca un effetto neutralizzante sul virus, è comunque confermato che l’effetto protettivo anticorpale si mantiene oltre i sei mesi.

È bene sottolineare però che, finché il virus continuerà a circolare, il rischio di infezione e di re-infezione, per i soggetti già guariti, dipenderà anche dalla possibile esposizione, in futuro, a ceppi di varianti del SARS-CoV-2 contro i quali, gli anticorpi prodotti a seguito di stimolazione vaccinale potrebbero non essere efficaci. 

Green pass e quarantena – le nuove regole della calda estate 2021

Viaggiare e spostarsi in Italia e in Europa (Stati della UE e area Schengen) è più facile con la certificazione verde COVID-19. Il Green Pass è la hit dell’estate, un tormentone che continua a risuonare tra le news quotidiane. Per ottenerlo bisogna avere completato il ciclo vaccinale, essere guariti dal COVID-19 o avere effettuato un tampone molecolare/antigenico risultato negativo. In quest’ultimo caso, la certificazione è valida soltanto per 48 ore. In Italia, il Green Pass permette di partecipare a eventi, accedere a luoghi e strutture aperti al pubblico. La certificazione è rilasciata dal Ministero della Salute, che nelle pagine dedicate fornisce tutte le informazioni utili.

L’aver completato il ciclo di vaccinazione da almeno 14 giorni consente inoltre, qualora si verifichi un contatto stretto con un caso positivo, di abbreviare la durata della quarantena da 10 a 7 giorni dall’ultima esposizione. Al termine della quarantena, è d’obbligo l’effettuazione del test molecolare o antigenico con risultato negativo. Resta confermata la quarantena di dieci giorni per i non vaccinati.

Le nuove regole su tamponi, tracciamento e quarantena sono state disposte dal Ministero della Salute, con la Circolare dell’11 agosto scorso e sono disponibili nella sezione delle FAQ dedicata al COVID-19.

Fonti

National Institutes of Health. COVID-19 Treatment Guidelines. Last updated: July 8, 2021.

He X, Lau EHY, Wu P et al. Temporal dynamics in viral shedding and transmissibility of COVID-19. Nature Medicine 2020;(26):672–675.

ISS. Indicazioni ad interim sui principi di gestione del Long-COVID. Rapporto ISS COVID-19 n. 15/2021.

ISSALUTE. Varianti virali. 15 Luglio 2021.

Task force COVID-19. Epidemia COVID-19. 14 luglio 2021

Wadman M et al. A rampage through the body. Science 2020 (368);6489:356-360.

Serenella Corvo

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I coronavirus abbiamo imparato a conoscerli e a evitarli nel corso di un ventennio e oltre. Ma l’attuale pandemia di Covid-19, causata dal famigerato SARS-CoV-2, ha mostrato al mondo la forza dirompente di questi virus, generalmente responsabili di banali raffreddori stagionali. Il vaccino e i comportamenti sanitari prescritti, distanziamento fisico, utilizzo delle mascherine e igiene delle mani, sono le armi più efficaci per fermare l’avanzata e soprattutto, la comparsa di varianti. Queste rappresentano forme evolutive del virus, il cui genoma, l’RNA, va incontro a mutazioni, favorite dalla replicazione virale e quindi, dall’incremento dei contagi. Covid-19 è una malattia insidiosa, che in molti casi persiste per mesi, è il Long Covid. Benché molti aspetti della malattia siano stati affrontati e chiariti, l’infezione da SARS-CoV-2 sembra nascondere ancora molte verità inesplorate.

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Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2021

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