Le difficili arti dell’inclusione e dell’accoglienza – Quando essere educati non basta

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Inclusione e accoglienza

Nelle grandi divisioni del mondo, dopo quella che vede la popolazione ripartita tra quelli a cui piace il tiramisù inzuppato e a quelli a cui piace un po’ asciutto c’è anche la suddivisione tra chi è inclusivo e chi è solo educato. Non importa quanto, a livello globale, ci si stia dando da fare, per sviluppare e diffondere la cultura dell’inclusione, c’è ancora molta strada da fare.

Il punto è che essere inclusivi non vuol dire solo non fare distinzioni di etnia, sesso o religione. Inclusivo è anche, in senso più ampio, chi si preoccupa di accogliere “il nuovo” o “il diverso”, in un determinato contesto che sia un collega, un condomino, un compagno di scuola o un fratellino e farlo sentire “a casa”.

E siccome, “per piccina che tu sia tu sei sempre casa mia” il sentirsi a casa genera un senso di protezione che a sua volta produce endorfine che procurano serenità.

Chi non ha giocato, da bambino, sotto la capanna costruita nella cameretta con le lenzuola o le coperte o si è addormentato, da adulto, sotto l’ala della persona amata?

Il bambino che si addormenta tra le braccia della mamma o di un familiare con cui si sente al sicuro, l’abbandono nell’abbraccio della persona amata sono istinti naturali alla ricerca di protezione e accoglienza che fanno stare bene.

Inoltre, quando ci sentiamo accolti, amati e protetti abbiamo meno probabilità di ammalarci o di farci male.

Chi si è trovato a doversi inserire in un ambiente estraneo lo sa bene. Si arriva alla sera distrutti dalla fatica di creare una routine di base e rendere sostenibile il cambiamento.

Per quanto ci siano persone gentili ed educate ad accoglierci, prima di sentirsi a casa ci vuole un po’ di tempo e il doversi adattare a situazioni diverse, anche non ostili, ma semplicemente differenti da quelle in cui ci sentiamo a nostro agio risucchia una quantità di energie che non sempre abbiamo a disposizione.

Quindi, quanto più ci si sente accolti tanto più velocemente si trova bilanciamento e tranquillità nella propria vita.

Una volta un cliente, che per motivi di lavoro aveva necessità di trasferirsi piuttosto spesso, mi raccontò che ad ogni trasferimento succedeva un periodo in cui si ammalava e si faceva male con una frequenza superiore al solito, fino a che la nuova residenza non assumeva connotazione di “casa”.

Non fa statistica ma è certo che il cambiamento richiede uno sforzo superiore alla media e che se non ci si sente supportati o accolti in questa fase si sta male. Il sistema immunitario fa fatica a difenderci perché le nostre energie sono impegnate nel nuovo adattamento.

Un ambiente accogliente e inclusivo è quindi come un nido di protezione in cui chi vi si accomoda si sente protetto e in uno stato di benessere.

Ma cosa vuol dire essere inclusivo, veramente, nella vita di ogni giorno, al di là dell’esserlo solo perché viene richiesto socialmente, e soprattutto, dove si impara?

La cultura dell’inclusione è uno stato d’animo più che un comportamento. Rientra nella sfera dell’essere più che del fare. Per questa ragione il vero luogo di apprendimento di questo modo di essere sono le mura domestiche. I bambini non imparano quello che i genitori dicono ma quello che i genitori fanno e chi non ha avuto, in famiglia, un modello di inclusione da imitare non ha imparato il senso dell’essere accogliente, al massimo, e non è detto, ha imparato ad essere educato.

Inclusivo, invece, vuol dire comprendente, abbracciante e accogliente. Educato è un’altra cosa.

È sicuramente a scuola ma soprattutto a casa che si insegna l’accoglienza, l’inclusione e come aiutare gli altri, ma anche se stessi, a integrarsi.

Il fratellino appena nato genera gelosie ma può farlo anche un nuovo vicino di casa, un nuovo collega o chiunque possa portare squilibrio in una stabilità già consolidata.

Quello che non si conosce fa paura perché non si sa come gestirlo.

Chi è diverso da me non mi interessa perché potrebbe minare la mia libertà, il mio spazio. Che ne so, potrebbe portare con sé novità che io potrei non essere capace di gestire o che potrebbero, semplicemente, non piacermi.

Educare all’inclusione è, insegnare ad abbracciare invece che a difendersi.

Sono inclusivi quei bambini che smettono di giocare se ne vedono un altro che rimane in disparte, lo vanno a chiamare e senza troppi giri di parole gli “passano la palla” e non si sforzano di farlo solo perché “si fa così”, lo fanno perché insieme è meglio che da soli.

Sono inclusivi quei ragazzi che quando, a scuola, arriva un nuovo compagno gli presentano i propri amici, lo invitano a casa e fanno in modo che si si “senta a casa propria” il prima possibile e, soprattutto, non vedono l’ora di imparare qualcosa di nuovo da lui.

Inclusivi, sono infine, quegli adulti che non rimangono seduti se vedono qualcuno in piedi…se mi passate la metafora.

Non si tratta di essere più buoni, o di preoccuparsi degli altri, le persone inclusive, si occupano delle altre persone perché le considerano parte del proprio contesto, del proprio sistema e un sistema in equilibrio è meglio che un sistema in disordine.

Il sistema tende, per definizione a trovare un suo equilibrio, ma potrebbe anche significare che tutto ritorna come prima, ognuno nel suo spazio e nessun nuovo elemento veramente incluso.

Quando la cultura dell’inclusione è solo raccontata e non veramente radicata, può accadere, per esempio, che a scuola, quelli più inclini all’accoglienza e all’inclusione siano proprio quei ragazzi o bambini che si sentono più esclusi. Conoscono quella sensazione disgraziata di essere tenuti da parte. Hanno, per questo, sviluppato una certa sensibilità che mettono a disposizione dei nuovi arrivati e, rivestendo il ruolo di chi accoglie, si trovano una loro posizione nel gruppo e si sentono, a loro volta, meno esclusi, almeno fino a che il nuovo arrivato non trova il suo posto che potrebbe voler dire escludere proprio chi lo ha accolto. Il nuovo arrivato non è più escluso e chi era escluso ritorna al suo stato di discriminato inconsapevole.

Così genitori e insegnanti stanno a guardare dinamiche di inclusione ed esclusione che trovano l’equilibrio nel codice non scritto del gruppo: se sei dentro sei dentro, ma se sei fuori sei fuori e questo stesso codice, i ragazzi diventati adulti se lo portano dietro impresso sul cuore e tatuato sulla pelle.

È il confine tenue e sfumato che esiste tra educazione e inclusione. Il limite oltre il quale, quando qualcuno, per esempio, si unisce al gruppo di persone con cui sto parlando seduta a un tavolo, non solo mi alzo e cerco una sedia per farlo accomodare ma lo includo nelle conversazioni allineandolo rapidamente su quanto si stava dicendo.  Se fossi solo educata, invece, saluterei garbatamente rimanendo seduta e continuando la mia conversazione come se, nel sistema, nulla fosse cambiato.

Ma, cambiando prospettiva, in una riunione in cui il capo arrivasse in ritardo, un bravo collaboratore si preoccuperebbe che ci fosse un posto per lui e lo allineerebbe sulle discussioni in corso. Difficilmente lo farebbe sentire a disagio o escluso. In questo caso, la propensione all’inclusione è strettamente legata al desiderio di affermazione e non a un reale desiderio di accogliere.

Ci sono persone di cui si si preoccupa e altre che possono rimanere escluse.

Ci sono persone di serie A e persone di serie B. Inutile negarlo! Questa classificazione è, banalmente, parente stretta della cultura discriminante. 

Includere è sinonimo di integrare e amalgamare.

Sai quando prepari una torta e la ricetta indica di integrare il lievito un po’ alla volta e di amalgamarlo all’impasto?  Una volta mescolati gli ingredienti, e cotto l’impasto, il risultato è la torta e non la farina, le uova, il latte e il lievito.

Ecco, essere inclusivi significa essere capaci di accogliere una persona in un gruppo di persone già coeso e farla “amalgamare” fino a che il tutto sia una cosa sola e non la somma delle sue parti.

Attenzione però!

Non sto dicendo che dobbiamo essere tutti uguali e uniformati, al contrario, includere qualcuno vuol dire farlo sentire “a casa” lasciando che continui ad essere se stesso.

Integrare, infatti, non equivale a far diventare l’altro una cosa diversa, possibilmente simile a noi ma, ma a far evolvere il gruppo grazie al valore della diversità che ognuno porta con sé.

E, come recita uno degli slogan più amati della cultura inclusiva: “Per essere uno di noi devi essere te stesso”.

Credits immagine

Alessandra Bitelli
Trainer & Coach
www.coach4change.it

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Nelle grandi divisioni del mondo, dopo quella che vede la popolazione ripartita tra quelli a cui piace il tiramisù inzuppato e a quelli a cui piace un po’ asciutto c’è anche la suddivisione tra chi è inclusivo e chi è solo educato. Non importa quanto, a livello globale, ci si stia dando da fare, per sviluppare e diffondere la cultura dell’inclusione, c’è ancora molta strada da fare.

Tempo di lettura: 2′ e 30”

Ultimo aggiornamento: 27 marzo 2021

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