venerdì, 24 Maggio 2024

Quando i Figli Tornano a Casa

Quando i Figli Tornano a Casa

Separazioni, perdita del lavoro, problema di salute. Ecco alcune delle ragioni che riportano a casa i figli…

C’è chi soffre per l’abbandono del nido e chi per il ripopolamento della casa e, quando per ripopolamento della casa intendiamo il ritorno di un figlio tra le pareti domestiche, non è sempre facile.  

Il ritorno a casa

Per varie ragioni, infatti, può accadere che un figlio torni a casa dopo esserne uscito per qualche anno, può essersi separato o aver perso il lavoro o avere un problema di salute che richieda assistenza. Oppure può accadere che un figlio torni a casa temporaneamente dopo essere stato fuori per motivi di studio, in tutti questi casi a farne le spese è una cosa sola, l’indipendenza.

La casa dei genitori diventa un rifugio perché non si sa dove altro andare.

Ci si abitua rapidamente ad una routine senza figli, anche se quando lasciano il nido, se ne sente l’assenza. Ma la vera difficoltà, in queste circostanze, è appunto il ripristino di spazi, orari e abitudini. I figli che sono, ormai adulti, hanno, già da tempo, tagliato il cordone ombelicale e non posso più stare alle “regole” familiari. Dall’altra parte ci sono i genitori, che in qualche modo li percepiscono come ospiti e come tali li accudiscono, curano e intrattengono. Fanno tutti fatica a riconoscere l’altro come qualcosa di diverso da quello che era.

Insomma, un figlio che rientra a casa è un ospite che non vuole fare l’ospite perché, in fondo, è a casa sua, usa la casa come riparo, un tetto sulla testa ma non mette in discussione la sua indipendenza conquistata mentre gli abitanti della casa, i genitori, perdono nuovamente l’armonia faticosamente riconquistata e vorrebbero, in caso, se proprio devono, ripristinare lo stesso equilibrio che si aveva in precedenza. Ma questo non è possibile perché non si ha più a che fare con un bambino ma con un adulto, e non solo anagraficamente, che potrebbe, per qualche ragione essere ferito nell’animo, nell’orgoglio e nello spirito.

Di fatto, un altro aspetto importante e da non sottovalutare, sono le ragioni per cui un figlio torna a casa. Nella migliore delle ipotesi può trattarsi di un periodo di transizione tra l’università e il mondo del lavoro, ma nella maggior parte dei casi le ragioni sono poco felici. Un rientro a casa può infatti significare un fallimento dal punto di vista personale o professionale.

L’umore è quindi nero e gestirlo è spesso difficile. Si creano quegli attriti, così difficili da riconoscere, di incomprensione reale o percepita da una parte e dall’altra.

Insomma, un figlio che rientra a casa può portare allegria, compagnia e freschezza ma, il più delle volte, è un marasma che reca scompiglio e occorre trovare un nuovo equilibrio, rinnovate dinamiche relazionali che non possono e non devono essere quelle di un tempo quando il figlio faceva il figlio e i genitori avevano comunque l’ultima parola.

Un figlio adulto che torna a casa richiede una gestione differente rispetto a quando non era di passaggio, bisogna instaurare una confidenza diversa, una intimità rispettosa dei ruoli che sono stati guadagnati nel sistema sociale.

L’autodeterminazione, l’autogestione e l’autonomia appunto sono gli aspetti maggiormente penalizzati da questo rientro.

Giovani adulti che per necessità sono costretti a tornare sotto il tetto genitoriale soffrono proprio le regole di un ambiente a cui potrebbero non sentire più di appartenere e i genitori potrebbero mal tollerare le nuove abitudini acquisite da un figlio ormai libero ed emancipato.

Cosa fare dunque?

La relazione genitore/figlio deve, quindi, necessariamente, prendere la forma di un rapporto di affetto e intimità tra adulti che condividono lo stesso tetto, un rapporto di mutua collaborazione in una nuova convivenza. Accoglienza, ascolto da entrambe le parti perché le esigenze, da ambo le parti sono cambiate.

Un ambiente, un sistema, è per forza, governato da abitudini e regole non dette e condivise, non si può tornare indietro ma si può adottare un nuovo modo per stare insieme, nel rispetto reciproco e chissà scoprirsi finalmente anche un po’ amici.

Dott.ssa Alessandra Bitelli Trainer & Coach per Redazione VediamociChiara
©️riproduzione riservata

Puoi contattare direttamente la dott.ssa Alessandra Bitelli scrivendo a alessandra.bitelli@coach4change.it

Take Home Message
C’è chi soffre per l’abbandono del nido e chi per il ripopolamento della casa e, quando per ripopolamento della casa intendiamo il ritorno di un figlio tra le pareti domestiche, non è sempre facile…

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2024

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2 risposte

  1. Io sono una zia, non una mamma. Sono rimasta sola perchè…non lo so. Non ho trovato la persona giusta, esperienze sentimentali fallite, chissà…Oggi mi trovo alle prese con un problema inaspettato. Mio nipote di 33 anni (l’unico, amatissimo) mi ha chiesto di poter dormire da me per un po’ di tempo (non lo ha quantificato) avendo “problemi” con la compagna, con cui conviveva da qualche anno. Gli ho chiesto cosa fosse accaduto, mi ha risposto che non voleva parlarne. Peggio. Non vuole parlarne neppure ai genitori, che dunque sono all’oscuro di questa situazione, che io non so come gestire. Non posso tradire la sua fiducia parlandone a mio fratello ed a mia cognata, ma vivo in un’ansia estrema, non solo perchè essendo lui ormai adulto la sera torna tardi e il giorno mi dice che per i pasti si organizza al lavoro e presso amici, ma anche perchè immaginarlo “sbandato”, dopo che con questa persona (che io non conosco, se non per averla vista una volta) si era messo su una casa (che purtroppo è di lei) con tanto entusiasmo, mi rende infelice. Eppure, è sempre stato un ragazzo fantastico. Buono, bello, intelligente, si è laureato in Ingegneria con il massimo dei voti ed ha trovato subito lavoro. Immagino che il rapporto tra loro si sa incrinato anche se fino a pochissimo tempo fa sembravano sempre “appiccicati” l’uno all’altra, potrebbero aver avuto un litigio..ma questa permanenza da me, che mai si era verificata, tutt’altro, e che si sta prolungando senza novità di sorta, m’impensierisce. Anch’io, alla morte di mia madre, senza un compagno, con i pochi soldi della pensione ed una casa che ho faticato a mantenere dovendo spartirla con i miei due fratelli, ho dovuto riorganizzarmi una vita e, pur essendo tutt’altro che felice, avevo se non altro guadagnato il mio “spazio” , che mai avevo avuto non avendo la possibilità economica di andarmene a vivere per conto mio, e le mie abitudini. Io voglio un bene dell’anima a questo nipote, e mi sento in colpa con me stessa perchè dovrei sentirmi contenta di non essere sempre sola in casa, ma…ormai, ho le mie abitudini, i miei orari e mi chiedo angosciata come finirà, questa situazione. Mio nipote fu felice di andarsene a convivere, provenendo da una situazione familiare – quella tra padre e madre – ormai finita da anni, anche se loro ancora vivono insieme, mentre tra lui e me c’è sempre stato un rapporto più che tra zia e nipote, tra “amici”, tra “complici”. Non mi sono certo sentita di negargli un aiuto. Ma se i genitori venissero a sapere che lui è da me, e che ne sono stati tenuti all’oscuro, andrebbero su tutte le furie, che ricadrebbero sulla mia persona per non averli avvertiti. Io credo che se mio fratello, anzichè essere preso solo dai propri malesseri e dall’abitudine di non comunicare, e mia cognata, anzichè essere presa visceralmente solo dal rapporto con la propria madre e le proprie sorelle che vivono altrove, lasciando già da molti anni marito e figlio sempre più soli perchè si assenta per settimane per andarle a trovare- fossero stati invece più vicini all’unico figlio parlandogli con calma anzichè alterarsi, ascoltarlo, e mettere avanti i suoi bisogni senza fargli avvertire quell’atmosfera di attrito che si respira in casa loro, forse questa frattura non si sarebbe verificata. Forse lui avrebbe scelto una persona diversa. Io, per parte mia, pur non essendo mai stata sposata, penso che quando due adulti decidono di andare a vivere insieme, dovrebbero essere più che consapevoli che la vita non per tutti è un gioco, e, in caso di crisi, che non si dovrebbe “tornare a casa da mamma”, ma affrontare la crisi parlandone, cercare dei compromessi e non scegliere la solita separazione quale “periodo di prova”. E’ inutile ed è pericoloso, perchè ad ogni litigio, futile o serio che sia, tornare alla casa genitoriale diventerebbe un’abitudine e questo non va. Soprattutto per l’uomo. La donna è più temprata, alla fine riesce anche a vivere da sola, ma l’uomo ha altre esigenze. Insomma, sono molto in pensiero e talmente scossa da non riuscire più, la notte, a dormire bene. Eppure, avendo molto sofferto nella mia vita, credevo di aver finalmente raggiunto almeno un po’ di pace. Come devo comportarmi, con lui? Ed è giusto che io faccia da cuscinetto tra mio nipote ed i suoi genitori? E per quanto tempo potrà reggere questa “finzione”? Se insistessi a volerne parlare con lui come ho cercato di fare, potrebbe sembrare che lo sto scacciando. Ringrazio chi saprà darmi un consiglio, mi aiuterebbe molto.

    1. Buongiorno Rachele,

      siamo davvero dispiaciute per tutto quello che ti sta succedendo.
      Possiamo consigliarti di parlarne con una persona che potrebbe sostenerti ed aiutarti in questo momento così difficile. Ecco il contatto della nostra coach:

      alessandra@vediamocichiara.it (dott.ssa Alessandra Bitelli)

      Se poi vuoi iniziare un percorso di psicoterapia, chiedi al tuo comune, in tanti sono attivi servizi di supporto psicoterapeutico, anche gratuiti.

      Torna a scriverci, ci piacerebbe ricevere da te un messaggio più sereno.

      Ti abbracciamo forte.

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