Secondo un libro appena uscito il silenzio è uno strumento fondamentale per creare un mondo più sostenibile, dove si urli di meno e ci si ascolti di più
«Chi ha paura del silenzio non lo conosce», scrive Nicoletta Polla-Mattiot, giornalista e docente di Silenzio e Comunicazione ed Ecologia del Silenzio allo Iulm di Milano in Il silenzio è rivoluzione (Einaudi). In questo saggio, uscito per Einaudi, l’autrice non vuole solo scardinare la diffidenza che aleggia intorno a quel vuoto che percepiamo in assenza di parole e suoni. Vuole proporre il silenzio come strumento di comunicazione, addirittura come mezzo per avviare un processo di cambiamento sociale e politico. Una rivoluzione, appunto.
Sembra incredibile? Proviamo a capire meglio.
Conoscere il paesaggio acustico
Per cominciare, Polla-Mattiot ha ragione: che cosa sappiamo del silenzio? Poco, pochissimo. Non immaginiamo, per esempio che in natura non esiste.Perché anche nella distesa più remota c’è sempre qualche suono: dai rami mossi dal vento al ruggito del leone. A fare la differenza è il numero di decibel. Per dire: un respiro ne conta poco più di 10, un sussurro 30, il ticchettio di una pioggia leggera 40. All’estremo opposto, un martello pneumatico raggiunge i 140. L’orecchio umano non coglie i suoni sotto i 10 decibel.
La camera anecoica del Politecnico di Milano (un ambiente altamente insonorizzato, visitabile ogni settembre durante il Festival Internazionale dell’Ingegneria scende vicino allo zero: si riesce a sentire il battito del proprio cuore. Nelle città mediamente siamo intorno ai 50: significa che tutto quello che “vibra” sotto quella soglia non attiva la nostra attenzione.
Attenzione al benessere
Ne va della nostra salute? Certamente. Non ci servono i (numerosi) dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per sapere che i rumori sono elementi di disturbo, che non consentono la concentrazione e guastano il sonno. E probabilmente non abbiamo nemmeno bisogno di studi scientifici (che pure abbondano) per sapere che la creatività e la produttività si sviluppano con maggiore facilità in assenza di rumore. Nel mondo occidentale il silenzio è ormai venduto come bene di lusso, tanto che è nato lo sleep tourism, una nicchia del mercato turistico per coloro che cercano la quiete, sia in luoghi remoti sia nelle metropoli, grazie a hotel insonorizzati dove si vive come in una bolla.
Ma questi sono solo i fondamentali.
Il silenzio: un patrimonio da preservare
Proponendo un ribaltamento di prospettiva, Polla-Mattiot invita a uscire dall’idea del silenzio come mero antidoto al chiasso, iniziando invece a considerarne la bellezza, le opportunità che offre. «L’inquinamento acustico non è solo nocivo per la salute, ma inaridisce la varietà del panorama sonoro che ci circonda e impoverisce la qualità della nostra esperienza sensoriale», afferma l’autrice. «La molteplicità di suoni del mondo è in crisi: ci sono interi paesaggi acustici perduti o fortemente impoveriti. Dobbiamo entrare nell’ottica che la crisi ambientale non riguarda solo la qualità dell’aria o l’estinzione delle specie, ma anche il depauperamento della sonosfera».
Vacanze a volume basso
Per contrastarla è nata, per esempio, l’organizzazione no-profit Quiet Parks International che in Italia ha certificato tre località: Vivo d’Orcia e Casale Pundarika in Toscana, l’Hotel Preidhof in Alto Adige. Sostare per un’ora o un giorno in ambienti a volume basso non serve solo a dare tregua al nostro cervello, ma a farci scoprire la bellezza inattesa di un panorama acustico sconosciuto. Frequentando il quale, tra l’altro, sarà più facile contattare pensieri ed emozioni che, dentro di noi si muovono in maniera discreta. Questo potrebbe costituire un primo passo per una rivoluzione del silenzio.
Promuovere una comunicazione più vera
Il secondo potrebbe consistere nell’inserimento di qualche pausa nei nostri dialoghi quotidiani. «Sono convinta che il silenzio sia un potentissimo strumento di comunicazione e di relazione. Adottarlo significa guardarci di più, ascoltarci di più, non dare la prima risposta che ci viene in mente, ma lasciarci il tempo per scegliere le parole», sostiene Polla-Mattiot.
Il silenzio vuol dire anche scegliere le parole con cura
«Quando una persona appena conosciuta ci chiede di noi, abbiamo l’abitudine di rispondere di getto con un racconto che abbiamo perfezionato negli anni e di cui abbiamo testato la funzionalità. Ma in questo modo usiamo parole logorate dall’uso, che finiscono per essere muri, maschere, non strumenti di relazione. Non dico che dovremmo guardarci negli occhi senza parlare, richiamando quel sonetto in cui Shakespeare scrive che “Ascoltare con gli occhi appartiene al fine ingegno dell’amore”. Possiamo però imparare a non avere fretta, a usare il silenzio per “spolverare” le parole. Ne risulterebbe un linguaggio meno saturo, capace di racchiudere i nostri contenuti e la nostra storia, ma anche di fare spazio alla storia e i contenuti dell’altro».
Proporre una politica dell’ascolto
Il terzo passo per una rivoluzione del silenzio è forse il più impegnativo. Perché implica, oltre a quello individuale, uno sforzo collettivo. «Il silenzio andrebbe proposto come leva trasformativa, socialmente e politicamente rivoluzionaria» afferma Polla-Mattiot. Ma come si può tradurre questo pensiero teorico in azioni concrete? «Per cominciare inserendo la tutela del silenzio in un concetto più ampio di protezione dell’ambiente. Si potrebbe, poi, immaginare di istituire nelle scuole l’ora di silenzio, strutturandola come uno spazio dedicato allo sviluppo e all’espressione spontanea della creatività. E, ancora, adottarlo come parametro nella progettazione urbanistica (per esempio immaginando all’interno di ogni città degli spazi a basso impatto sonoro) e architettonica (rendendo obbligatoria la certificazione acustica per le case)».
Silenzio, un gesto di civiltà
Secondo l’autrice in questo modo: «Si potrebbe avviare così un processo di ri-civilizzazione da contrapporre all’imbarbarimento che nasce dall’ignoranza del silenzio che è, alla fine, l’incapacità di dare ospitalità all’altro e alla sua voce», conclude. Nel libro l’autrice si spinge provocatoriamente a ipotizzare partite a squadre di silenzio o “case del silenzio” nei luna park, prendendo ispirazione dai Quiet Party inventati negli Usa agli inizi degli anni Duemila.
Insomma, per essere davvero sostenibile il mondo del futuro dovrebbe accogliere toni bassi e gentili al posto di quelli urlati, dare spazio alle pause e alla lentezza, piuttosto che alla frenesia. Sembra un’utopia, ma chissà: forse non è possibile invertire la marcia per l’intera umanità, ma ognuno di noi, nel suo piccolo, può di certo promuovere la propria rivoluzione.



























