Breve storia della medicina: sesta puntata

La Scuola Medica Salernitana

Narra la leggenda che in una notte di temporale, quattro pellegrini si ritrovarono casualmente a Salerno sotto gli archi dell’antico acquedotto romano dell’Arce, dove si erano rifugiati per ripararsi e passare la notte. Si trattava del greco Pontus, del latino Salernus, dell’ebreo Helinus e dell’arabo Abdela. Il latino Salernus era ferito e cercava di medicare da solo le sue lesioni. Gli altri, superata un’iniziale diffidenza, si avvicinarono per osservare quanto egli stesse facendo: scoprirono così di essere tutti e quattro esperti di medicina. Allora decisero di creare tra loro un sodalizio e fondare una scuola dove raccogliere e divulgare il proprio sapere. Questa la leggenda.

Tuttavia delle origini reali della Scuola Medica Salernitana si sa ben poco: si possono riconoscere però nei quattro personaggi del mito i quattro filoni culturali su cui essa si fondava. Infatti, è certo che quello iniziale, formato dalla tradizione greco-latina, essendosi aperto alla critica e alle innovazioni, veniva elaborato tenendo conto anche dei sistemi terapeutici arabi ed ebraici, col risultato di riuscire a creare metodi e impostazioni culturali che avviavano la medicina a nuovi criteri più efficaci. Di sicuro possiamo dire che la città di Salerno già nei secoli X e XI era famosa oltre che per l’aria salubre, anche per i suoi medici. A quell’epoca però si trattava, certamente, di persone molto preparate dal punto di vista empirico ma che dovevano aver ricevuto le proprie nozioni solo per trasmissione orale e che, se pur dotate di grande capacità intuitiva e innato talento, dietro le proprie spalle non avevano la preparazione culturale di una vera e propria istituzione scolastica.
Quindi, ancora nel secolo X non sembra esistesse nella città una sola scuola dove si insegnasse l’arte medica in modo specifico, ma è probabile che vi fiorissero, invece, numerosi istituti di vario genere, molti dei quali di carattere ecclesiastico, dove l’educazione si basava sulle arti Liberali del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia e musica) e dove venivano impartite lezioni orali particolarmente accurate anche di elementi di medicina.

Di questo periodo sono da segnalare due testi di un certo Garioponto: il Liber Passionarius, che riporta scritti di Galeno e il Dinamidia, che spiega l’utilizzo terapeutico delle erbe.

La Scuola Medica, come istituzione cominciò a formarsi nell’XI secolo, quando è probabile avesse iniziato a coagularsi una qualche forma di coordinamento, di organizzazione della pratica medica e della didattica e fosse stato istituito un primo curriculum di studi basato su testi base, in qualche modo strutturato alla stessa maniera delle accademie ebraiche (yeshivah), presenti da tempo nella città.
Nell’XI secolo cominciò, infatti, a svilupparsi una notevole produzione letteraria, dedicata principalmente alle traduzioni di testi dal greco, dall’arabo e dall’ebraico.
Il personaggio più rappresentativo di questa fase è il cartaginese Costantino l’Africano (probabilmente un medico arabo convertito al cristianesimo), giunto a Salerno nel 1077 per raggiungere l’Abbazia di Montecassino, dove morì nel 1087. Costantino l’Africano vi svolse una grande quantità di traduzioni di testi di Galeno, di Ippocrate e anche di molti altri scienziati arabi ed ebrei più vicini al suo tempo. Pietro Diacono, biografo dei monaci dell’Abbazia, fornì un elenco di opere originali di medicina attribuitegli: un numero veramente impressionante! Ne riporto solo alcuni titoli, come esempio: Chirurgia, De experimentis, De medicamine oculorum, Diaeta ciborum ecc..
La sua attività si rivelò particolarmente meritoria per aver introdotto in Salerno e in Montecassino la scienza araba, non solo, ma anche per aver dato un notevole impulso alla riscoperta dei testi latini e greci, dimenticati da troppo tempo nelle biblioteche dei monasteri: ciò diede impulso al decollo definitivo della Scuola Medica Salernitana. Infatti, lo straordinario apporto teorico dell’opera di Costantino l’Africano, arricchendo il grande patrimonio di conoscenza ed esperienza pratica già accumulatosi riguardo alla materia, le fece finalmente acquisire anche il carattere di “scienza”, innescando il principio della necessità di accompagnare la pratica medica con la teoria, con lo studio, la giustificazione filosofica, le spiegazioni e le ipotesi da porre a suo fondamento. In altre parole, della necessità di fornire al medico i necessari supporti culturali attraverso lo studio di testi teorici base. Inoltre, il sempre maggiore scambio di informazioni e contributi dovuti alla circolazione di maestri e di dotti provenienti da altre “Scholae” di tutta Europa, finì col rendere inseparabili la medicina pratica dalla filosofia naturale.

Fu così che si sviluppò e crebbe la Scuola Salernitana.

Si possono perciò distinguere, in qualche modo, tre periodi nel corso della sua storia :
– il primo, che va dalle sue origini (di cui poco si sa) fino al X-XI secolo, caratterizzato dalla presenza di medici che basavano l’esercizio della loro arte soprattutto sull’esperienza;
– un secondo periodo, che va dalla fine dell’XI al XIII secolo in cui si sviluppò la ricerca e l’affermazione del pensiero filosofico come fondamento e substrato culturale della professione;
– un terzo periodo, che inizia nel terzo decennio del XIII secolo (per l’esattezza dal 1231), quando l’imperatore Federico II, nella sua Costituzione di Melfi, sancì che l’attività del medico poteva essere esercitata solo da dottori in possesso di un diploma rilasciato dalla Scuola Medica Salernitana, regolamentando il contenuto e la qualità degli studi da considerare fondamentali. Carlo d’Angiò, poi nel 1280, approvò lo Statuto della Scuola Salernitana come Studium generale di medicina.

L’attività della Scuola si prolungò fino al XIX secolo, anche se col tempo il suo prestigio finì con l’essere oscurato da quello di altre istituzioni più moderne, quali ad esempio le università di Padova, di Bologna e di altre in Europa.

Fu definitivamente soppressa da Gioacchino Murat, quando questi riorganizzò l’istruzione pubblica nel Regno di Napoli (29 novembre 1811).

Il Curriculum studiorum previsto dalla Schola Salernitana era il seguente:
3 anni di logica;
5 anni di medicina (ivi comprese la chirurgia e l’anatomia);
1 anno di tirocinio al seguito di un medico professionista;
ogni 5 anni doveva essere effettuata un’autopsia.
Inoltre, insieme all’insegnamento delle materie specifiche di medicina, gli studenti dovevano frequentare anche corsi di filosofia, teologia e legge. Per la serietà e la profondità degli studi impartiti da questa istituzione, essa viene considerata un’università di fatto, anche se non fu mai chiamata tale.
Gli studenti che la frequentavano erano indifferentemente maschi e femmine e alle donne era consentito senza riserve sia l’insegnamento che l’esercizio della professione.
Il privilegio dottorale veniva concesso dal Collegio Medico, dopo un rigorosissimo esame agli scolari (chiamati Alunni) che avevano completato tutti gli studi richiesti.
Detto Collegio era un corpo accademico, formato da emeriti professionisti, indipendente dalla Scuola, un’organizzazione professionale interessata a proteggere e a difendere la dignità e il prestigio del proprio lavoro dalle interferenze negative dovute alla presenza nella società esterna di sedicenti medici che esercitavano la professione senza averne adeguata preparazione.
Tale privilegio dottorale, che conferiva al diplomato il riconoscimento sia di esercitare la professione che di insegnare nella Schola, acquisì un vero e proprio valore giuridico con la Costituzione di Melfi di Federico II del 1231.

Tutti i medici così riconosciuti avevano il diritto di entrare prima o poi a far parte dal Collegio professionale.

Un momento particolarmente intenso e solenne della cerimonia durante la quale si concedeva al nuovo professionista il privilegio dottorale era la prestazione del suo giuramento.
Il nuovo diplomato doveva impegnarsi ad esercitare le sue funzioni di medico seguendo i principi della più elevata e rigorosa concezione morale nel rispetto della vita e nell’interesse del paziente. Davanti a Dio e agli uomini doveva serbare una vita onesta e integerrima. Doveva aiutare chiunque, anche la persona più misera rinunciando in tal caso anche al suo compenso.
Inoltre, per conseguire la licenza alle arti aromatariae, cioè all’esercizio dell’arte farmaceutica, si richiedevano doti morali ancora più spiccate di onestà e severità di costumi.
Il privilegio dottorale rilasciato dal Collegio veniva attestato da un atto notarile e aveva valore ovunque, anche in Paesi stranieri: in esso era indicata la data in cui era stato sostenuto l’esame e l’anno di pontificato del pontefice in carica al momento. Il diploma veniva completato dal tondo sigillo in ceralacca del Collegio in cui era visibile lo stemma della città di Salerno, rappresentato dalla figura di San Matteo mentre scrive il Vangelo.

Nel corso della sua esistenza e fino alla sua soppressione furono molti i medici famosi che contribuirono allo sviluppo del prestigio della Schola e ne lasciarono ricche e importanti testimonianze: Pietro Clerico del X-XI sec., Alfano dell’XI, Giovanni Plateario, marito di Trotula (vedi appresso) dell’XI e i figli Giovanni e Matteo del XII, Giovanni da Procida del XIII, ecc.. Dovrei fare un lungo elenco dei professionisti che vi insegnarono e delle loro opere, ma il carattere sintetico di questo articolo mi impone di fermarmi.
Preferisco invece concludere spendendo qualche parola per le cosiddette “Mulieres Salernitanae”.
La prima e più famosa fu Trotula (XI sec.) del casato dei de Ruggiero.
Le sue origini nobili le consentirono l’accesso alla cultura e l’atipica apertura laica della Schola, di esercitare proficuamente la professione medica e l’insegnamento, coltivando e seguendo liberamente l’ispirazione del suo intuito e del suo grande talento.
Si interessò di ostetricia e di malattie sessuali su cui scrisse trattati molto accurati e privi di atteggiamenti moralistici. Svolse ricerche approfondite sulle cause dell’infertilità nell’organismo femminile e, in contrasto con le teorie mediche più accreditate e la mentalità dell’epoca che le attribuiva dogmaticamente solo alle donne, anche sulle cause di sterilità possibili nell’organismo maschile. Studiò metodi per consentire alle donne parti meno dolorosi e anche sistemi per il controllo delle nascite. Trotula, inoltre, ebbe idee innovative: dava una grande importanza alla prevenzione, e predicava la necessità di una vita igienica, di un’alimentazione equilibrata e di un’adeguata attività fisica per mantenere il corpo in buona salute.
Si occupò della bellezza in quanto indice di un corpo sano, il quale non può che essere segno di armonia con la natura e l’universo.
L’opera di Trotula si divide in Trotula Maior, di cui lo scritto più conosciuto è “De passionibus Mulierum Curandorum” (trattato sulle malattie femminili) che fu pubblicato insieme “Ornatu Mulierum”, che riguarda una ricerca sulle malattie della pelle e sulle relative cure e tratta anche di cosmetici; e Trotula Minor dove vengono indicati rimedi per il corpo, pomate a base di erbe medicamentose, consigli per migliorare lo stato fisico, bagni, massaggi: perché Trotula non considerava frivolezza l’esigenza di vivere serenamente in armonia con il proprio corpo.
Gli scritti di Trotula fino al XVI secolo furono considerati dei classici, conosciuti, apprezzati e studiati nelle scuole di medicina di tutti i Paesi d’Europa.

Nel XIX secolo però alcuni studiosi, tra cui il tedesco Karl Sudhoff, negarono, per principio, che una donna fosse stata capace di scrivere opere di quella levatura e vollero far cancellare la presenza di Trotula dalla Storia della medicina.
L’autorità e la veridicità dell’esistenza di Trotula fu recuperata, poi, da storici italiani e la presenza nella storia delle Mulieres Salernitanae è ormai da considerare indiscutibile.

A chiusura di questa dissertazione, riporto qui di seguito alcuni nomi di donne medico provenienti dalla Scuola Salernitana : Abella Salernitana (XIV secolo), Mercuriade (XIV), Costanza Calenda (XV sec.), Rebecca Guarna (XV), ecc..
Le donne della scuola salernitana operarono apportando la loro esperienza e la loro sensibilità anche in campi diversi da quelli della ginecologia, come l’oculistica, le malattie infettive,la dietologia e molto altro.
Ma ciò che è più importante sottolineare è che l’apporto del contributo femminile a cominciare da quello, per il suo tempo rivoluzionario di Trotula, aprì d’autorità un nuovo orizzonte nella mentalità medica, osservando e rilevando la necessità di indirizzare la ricerca e maggiori studi verso la comprensione e il rispetto delle diversità di genere che, all’epoca, venivano trattate con pregiudiziale sufficienza, lasciando, perciò, alle donne spesso incompresi e quindi insoluti i loro problemi, mentre le maggiori attenzioni venivano dedicate alla conoscenza e alla cura dell’organismo maschile. Si riteneva, infatti, che al corpo femminile, salvo che per le sue funzioni specifiche, potessero essere considerati validi e applicati gli stessi parametri di valutazione e di cura adottati per quello maschile.
Questo criterio si è protratto nei secoli e solo in epoca assai recente la ricerca medica ha capito e indirizzato consapevolmente i suoi studi sulle diversità che distinguono gli organismi dei due sessi, riconoscendo l’importanza e il peso della loro composizione e della loro influenza nel condizionare le potenziali modalità di sviluppo delle caratteristiche fisiche e mentali della personalità nell’individualità di ogni essere umano.

Silvana Vitali

 

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