Obesità: il Peso dello Stigma – Intervista al prof. Luca Busetto

L'obesità è una malattia intervista al prof. Luca Busetto

La recente approvazione di una Legge nazionale sull’obesità intende promuovere la diagnosi e il trattamento appropriato di questa malattia ma anche le iniziative di prevenzione.

Molto si dice e si scrive sull’argomento, che è al centro di un dibattito sociale a tratti aspro, per i risvolti psicologici dolorosi che tocca. Anche su questo tema che riguarda la salute e dovrebbe quindi essere approcciato con atteggiamento oggettivo e rispettoso, i toni sono spesso esasperati: da un lato chi sostiene un equivocato concetto di body positivity e dall’altro chi accusa le persone obese di essere semplicemente pigre e prive di volontà.

Prof. Luca BusettoFacciamo chiarezza su questi punti nell’intervista a Luca Busetto, Docente presso l’Università degli Studi di Padova e Vice Presidente della European Association for the Study of Obesity Southern Region (EASO).

 

Professor Busetto, l’obesità è una malattia complessa che, a sua volta, aumenta il rischio di sviluppare altre gravi malattie. Non basta dire al paziente di mangiare di meno e muoversi di più. Per quale motivo è così difficile da trattare?

L’obesità è una malattia legata ad una alterazione dei meccanismi che regolano il nostro bilancio energetico e il nostro comportamento alimentare. Pertanto, il fatto che i pazienti con obesità tendano a mangiare di più quando sono esposti al cibo è un sintomo della malattia e non a sua causa. Queste alterazioni sono sostenute da meccanismi biologici ed è molto difficile controllarle solo facendo leva sullo sforzo cognitivo che sta alla base di una dieta e dell’attività fisica. Restrizioni alimentari e movimento da soli di solito producono risultati nel breve periodo, ma poi quasi sempre il paziente va incontro ad un recupero di peso. Perché il paziente recupera i chili persi? Perché quando noi mettiamo una persona con obesità in una condizione di restrizione calorica, stiamo attivando dei meccanismi di difesa che tendono a riportare il peso ai suoi valori abituali.

Queste considerazioni hanno basi biologiche e non hanno a che vedere con aspetti come la forza di volontà e la golosità. Il trattamento dell’obesità non fallisce perché il paziente non ha abbastanza forza di volontà o perché è goloso. Ma perché è affetto da una malattia che ha delle basi biologiche complesse e che richiedono a volte trattamenti che vanno oltre la sola modificazione dello stile di vita.

Si dice che il trattamento dell’obesità richieda un approccio multidisciplinare: cosa significa?

Significa che dentro all’obesità sono presenti molti aspetti diversi. Vi è sicuramente un aspetto medico, quello cui facevo riferimento poco fa. Tuttavia, vi è anche un aspetto nutrizionale, in particolare focalizzato sulla scelta degli alimenti. E vi è anche, molto spesso, una componente di tipo emozionale, che in parte legata alla malattia e in parte correlata allo stigma contro la malattia e contro i pazienti. La componente emotiva dell’obesità rende ancora più difficile il trattamento.

Per gestire la complessità della malattia abbiamo bisogno della combinazione di più figure professionali, fra cui spiccano in particolare il Medico esperto nel trattamento dell’obesità, il Dietista e lo Psicologo. Possono, inoltre, essere utili altre figure, soprattutto quando si entra dal campo dell’attività fisica: ad esempio, un laureato in scienze motorie che possa fare un programma di esercizio fisico personalizzato.

Di recente, l’obesità è stata riconosciuta come malattia cronica e inserita nelle prestazioni essenziali offerte dal servizio sanitario: questo aiuterà a garantire l’accesso ai trattamenti a tutti coloro che ne hanno bisogno. A suo parere, migliorerà anche la narrazione sociale che ne viene fatta?

Ritengo di sì. È vero che la normativa dovrà essere implementata. Quello a cui fa cenno lei nella sua domanda per il momento è vero sulla carta e deve essere messo in pratica nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale. Malgrado ciò, il fatto di avere approvato una legge sull’obesità, di aver inserito l’obesità nel libro delle malattie croniche, di avere recentemente pubblicato delle linee guida ufficiali presso l’Istituto Superiore di Sanità per quanto riguarda il trattamento di questa patologia, tutto ciò nel suo insieme contribuisce a modificare la visione tradizionale dell’obesità come condizione quasi auto-imposta o auto-generata verso una condizione di malattia cronica. Ecco, credo che questo aiuterà anche la narrazione sociale che viene fatta di questa malattia.

Quanto pesa nel successo del trattamento la colpevolizzazione del paziente dal momento che orami sappiamo che l’obesità è una malattia?

Pesa moltissimo, ovviamente in senso negativo, perché non aiuta, non risolve e peggiora la situazione. Questo perché il paziente che si sente colpevolizzato, lo sappiamo sulla base di dati che sono stati pubblicati, tende a richiudersi su se stesso, a praticare ancora meno attività fisica di quella che praticherebbe in condizioni normali, a sviluppare disturbi del comportamento alimentare, bassa autostima, depressione, ansia. Tutto questo peggiora il suo quadro clinico e, invece di aiutarlo, lo distrugge. Quella contro la stigmatizzazione delle persone con obesità è una battaglia che stiamo combattendo da molto tempo e della quale cominciamo adesso a vedere i primi risultati in termini di cambiamento della percezione generale. Tuttavia, a fronte di traguardi parziali già raggiunti, c’è ancora molto lavoro da fare anche in ambito sanitario in questa direzione.

In questo quadro, qual è il ruolo del Medico di Medicina Generale?

Il ruolo del Medico di Medicina Generale è estremamente importante, perché è la prima figura professionale che il paziente incontra nel suo iter di cura. Come ex Presidente della Società Italiana dell’Obesità, ho lavorato spesso in contatto con i Medici di base nell’ambito di attività di formazione. Da questo punto di vista, è importante che il problema sia, a questo primo livello, affrontato nella maniera corretta, ovvero non colpevolizzando il paziente, ma utilizzando tecniche specifiche di comunicazione che i Medici di base conoscono molto bene perché sono quelle che utilizzano quotidianamente nell’attività di ambulatorio. Tecniche che si basano sull’ascolto paritetico, sull’empatia e sulla preparazione del paziente al cambiamento. Anche per questo, è molto importante che il Medico di Medicina Generale prenda in carico questa patologia.

Se hai un dubbio o una domanda su questo argomento scrivi gratuitamente alla nostra dott.ssa Camilla Scala Medico di Medicina Generale

dott.ssa Monica Torriani farmacistaDott.ssa Monica Torriani farmacista per Redazione VediamociChiara © riproduzione riservata

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