Ortoressia, quando “mangiare sano” diventa un’ossessione

Ortoressia

L’ortoressia è una vera e propria ossessione nei confronti del cibo sano e biologico. Secondo i dati Istat, in Italia 3 milioni di persone sono affette da disturbi alimentari come anoressia, bulimia, drunkoressia e ortoressia. A soffrire di essi è soprattutto il genere femminile. Chi soffre di ortoressia rischia di non apportare il giusto nutrimento al proprio organismo che invece necessita di equilibrio, varietà negli alimenti e bilanciamento degli elementi nutritivi. Notevoli sono anche le conseguenze dal punto di vista affettivo e sociale.

Per capire meglio le problematiche che sono alla base di questo comportamento nei confronti del cibo abbiamo intervistato l’equipe dell’Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso Vimodrone composta da
dott.ssa Chiara Ramponila dottoressa Chiara Ramponi, dietista,

dott.ssa Rosaria Nocitala dottoressa Rosaria Nocita psicologa, psicoterapeuta, neuropsicologa,

dott.ssa Maria Luisa Colantoniola dottoressa Maria Luisa Colantonio, psicologa psicoterapeuta.

 Ortoressia: “Mangiare sano” può davvero diventare un’ossessione?

Dott.ssa Rosaria Nocita. “Sì, anche un comportamento apparentemente salutare, come seguire uno stile alimentare ‘sano’, può diventare problematico. Ciò avviene quando la persona si dà regole dietetiche rigide dal punto di vista qualitativo (ciò che può e che non può mangiare) e quantitativo (quanto può e non può mangiare). In questi casi il valore personale inizia a dipendere eccessivamente dal controllo dell’alimentazione, al punto da interferire con il benessere psicologico dell’individuo.

Nel quotidiano, la persona comincia a passare molto tempo a valutare se un certo alimento è in linea con gli obblighi alimentari auto imposti.  Se valuta di aver trasgredito una regola, può provare colpa, ansia, vergogna, e isolarsi. L’ossessione è quindi, legata all’importanza attribuita al controllo alimentare, più che alla scelta di mangiare sano in sé.”

Dott.ssa Chiara Ramponi. “La linea di confine si oltrepassa dunque quando le classiche linee guida alimentari salutari, che hanno come caratteristica essenziale la flessibilità, si trasformano in schemi alimentari rigidi ed invalicabili.”

Quali sono i segnali da non sottovalutare?

Dott.ssa Chiara Ramponi. “Mai sottovalutare un cambiamento tra il prima e il dopo: ad esempio, la ragazza che prima non voleva mai mangiare la verdura ed ora la deve consumare per forza ad ogni pasto ed in dosi abbondanti oppure che faceva la merenda con il gelato ed ora mangia unicamente frutta, yogurt e noci. Tali cambiamenti possono essere visibili a più livelli e comprendere aspetti fisici, psicologici, alimentari e sociali.”

Dott.ssa Maria Luisa Colantonio.  “Dal punto di vista fisico, i principali segnali da non sottovalutare sono un rapido calo di peso, la stanchezza persistente, l’intolleranza al freddo, la pelle secca, le mani fredde, una colorazione giallo-arancio del palmo delle mani (spesso associata a un consumo eccessivo di alcuni vegetali ricchi di carotenoidi), la frequente sensazione di gonfiore e, nelle donne, l’assenza del ciclo mestruale.

Sul piano psicologico e comportamentale, possono emergere una preoccupazione costante per l’alimentazione e una crescente rigidità nelle scelte alimentari. La persona tende a controllare in modo ossessivo le etichette nutrizionali, soffermandosi su calorie, macronutrienti e ingredienti, fino a far ruotare gran parte della propria quotidianità intorno al cibo. Possono inoltre comparire irritabilità, difficoltà di concentrazione, abbassamento del tono dell’umore.”

Dott.ssa Chiara Ramponi. “Dal punto di vista prettamente alimentare, i cambiamenti si notano nella graduale riduzione della quantità e della varietà dei pasti. I soggetti iniziano quindi a ridurre gradualmente le porzioni di cibo consumate e a mangiare una gamma sempre più ridotta di alimenti. Nello specifico caso dell’ortoressia, si può notare che i cibi che sono considerati ‘sani’ vengono consumati (spesso pur sempre pesati) in quantitativi anche significativi mentre i cibi additati come ‘cattivi’ vengono completamente esclusi e banditi dalla tavola. Si può inoltre notare una maggior tendenza ad evitare le situazioni sociali che riguardano il cibo e a consumare unicamente il cibo preparato con le proprie mani di cui si conoscono – al grammo – gli ingredienti e le dosi utilizzate.”

Quali sono le implicazioni psicologiche dell’ortoressia?

Dott.ssa Rosaria Nocita. “Tra le principali implicazioni psicologiche dell’ortoressia ci sono:
1) rigidità cognitiva, ossia uno stile di pensiero che diventa sempre più ‘tutto/nulla’. Gli alimenti sono classificati come completamente ‘puri’ o ‘impuri’, ‘buoni’ o ‘cattivi’, con poca capacità di contemplare sfumature;

2) ansia e paura del cibo: la scelta degli alimenti non è guidata dal piacere o dalla fame, ma dalla paura delle conseguenze percepite di mangiare cibi ritenuti non salutari. Questo può stimolare notevolmente l’ansia prima, durante e dopo i pasti;

3) Senso di colpa e autocritica: quando la persona infrange le proprie regole alimentari, può sperimentare intenso senso di colpa, vergogna e autocritica;

4) Bisogno di controllo: il controllo dell’alimentazione diventa uno strumento per gestire emozioni e può assumere un valore identitario, facendo sentire la persona ‘migliore’ o ‘più disciplinata’ se e solo se esercita controllo sul cibo;

5) Compromissione della vita sociale: le restrizioni possono portare a evitare cene, feste, viaggi o occasioni conviviali per paura di non poter rispettare le proprie regole alimentari;

6) Autostima centrata sull’alimentazione: il valore personale può dipendere sempre più dalla capacità di seguire perfettamente la dieta autoimposta.”

Secondo i dati Istat sono le donne i soggetti più a rischio, come mai?

Dott.ssa Maria Luisa Colantonio. “In Italia non abbiamo un osservatorio epidemiologico sui disturbi dell’alimentazione, e per tale motivo non conosciamo la distribuzione reale di questi disturbi nel nostro Paese. Gli studi internazionali stimano una prevalenza lifetime del 17,9% nelle donne e del 2,4% negli uomini (Silén et al., 2020). Anche i dati dell’Istituto Superiore di Sanità del 2022 confermano questa differenza: circa il 90% delle persone prese in carico dai servizi specialistici è di sesso femminile, contro il 10% di sesso maschile.

Le ragioni di questa maggiore frequenza nelle donne non sono ancora del tutto chiare, e sono probabilmente il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e socioculturali.

Tra i fattori di rischio più rilevanti c’è la maggiore frequenza con cui le donne intraprendono diete: la restrizione alimentare può infatti favorire una crescente rigidità nei confronti del cibo, aumentando la possibilità che si sviluppi un disturbo alimentare.

Le donne sono inoltre più esposte a una pressione sociale che promuove la magrezza come ideale estetico e che tende ad attribuire un valore centrale all’aspetto fisico nella costruzione dell’identità femminile.

Nel corso della vita, il corpo femminile attraversa continui cambiamenti fisiologici — pubertà, ciclo mestruale, gravidanza, menopausa — che possono aumentare l’attenzione verso il proprio corpo e favorire una maggiore preoccupazione per l’aspetto fisico, fino a farne un elemento centrale della propria identità e autostima.

In questo contesto, la dieta può apparire come uno strumento per avvicinarsi ai modelli corporei idealizzati e culturalmente valorizzati. È importante ricordare, tuttavia, che il peso corporeo è determinato in larga parte da fattori genetici e biologici, e non dipende esclusivamente dalla volontà individuale.

Il confronto con i modelli corporei proposti dai social media amplifica ulteriormente l’insoddisfazione corporea e le preoccupazioni legate all’immagine di sé, soprattutto nelle donne.

Un ulteriore fattore, spesso chiamato in causa parlando di ortoressia, riguarda il perfezionismo. Si può ipotizzare che la socializzazione di genere — bambine educate fin da piccole a essere “brave” e a soddisfare le aspettative altrui — possa favorire lo sviluppo di una forma di perfezionismo orientata al giudizio sociale, che negli anni si può tradurre nel bisogno di mangiare in modo “sano” o “corretto” in maniera sempre più rigida.”

Quanto la diffusione sui social di contenuti riguardanti diete drastiche e consigli salutari con alla base fonti non autorevoli ha influenzato la diffusione di questa patologia?

Dott.ssa Rosaria Nocita. “La diffusione sui social di diete drastiche, consigli alimentari privi di basi scientifiche e contenuti promossi da fonti scientificamente non affidabili ha contribuito ad aumentare i fattori di rischio per lo sviluppo e il mantenimento dei disturbi dell’alimentazione. L’esposizione continua a messaggi che idealizzano la magrezza, demonizzano alcuni alimenti o promuovono regole alimentari rigide può favorire l’insoddisfazione corporea, il perfezionismo e comportamenti di controllo del peso, soprattutto nelle persone più vulnerabili.”

Dott.ssa Chiara Ramponi. “Inoltre, i social ci espongono ad un continuo confronto con gli altri. Basti pensare a quanto il fisico venga esposto ed a quanto vadano di moda i trend del ‘what i eat in a day’ o quelli in cui si racconta la propria – perfetta – giornata in cui sport e pulizie fanno da padroni. È bene però sottolineare come nella maggior parte dei casi non siano vera rappresentazione della realtà bensì un cortometraggio di ciò che si vuole mostrare. Anche le foto in costume seguono rigide regole di pose e luce per nascondere ciò che viene considerato difetto.

Tuttavia, è doveroso chiarire che i disturbi dell’alimentazione non sono causati esclusivamente dai social media: sono patologie multifattoriali, nelle quali interagiscono predisposizione genetica, fattori psicologici, familiari, sociali e ambientali. I social rappresentano, quindi, un possibile fattore di rischio e di mantenimento, ma non la causa unica che può spiegare l’insorgenza del disturbo.”

Qual è il ruolo del dietista quando ci si trova davanti ad un caso di ortoressia?

 Dott.ssa Chiara Ramponi . “Il dietista deve inizialmente riconoscere i campanelli di allarme – gli aspetti che potrebbero nascondere la presenza di un disturbo dell’alimentazione. Qualche esempio: saltare i pasti – mangiare solo ad orari molto rigidi e precisi – evitare categoricamente di consumare alcuni alimenti – limitare il più possibile le uscite che coinvolgono il cibo – sentire il bisogno di consumare necessariamente alcuni alimenti (es. verdure).

Successivamente, davanti ad un caso conclamato che decide di intraprendere un percorso di cura, il dietista collabora con il terapeuta per supportarlo al meglio e per aiutarlo trasformare le conoscenze terapeutiche in cambiamenti concreti e duraturi nel tempo.

Nello specifico, il dietista deve essere empatico e adottare uno stile collaborativo e non giudicante. Il suo ruolo non è quello di controllore bensì di aiutante nel comprendere i meccanismi di mantenimento del disturbo dell’alimentazione e nell’adozione di modalità più funzionali. Ancora più in particolare, il dietista è di supporto nella procedura di recupero del peso (se necessaria), nella reintroduzione degli alimenti evitati, nel rendere più flessibili le regole dietetiche autoimposte e, nelle fasi finali del trattamento, nella prevenzione di eventuali ricaduta attraverso il riconoscimento precoce dei campanelli di allarme.”

Come dietista e psicologo lavorano in sinergia per contrastare l’ortoressia?

Dott.ssa Chiara Ramponi. “Numerose ricerche hanno dimostrato che gli unici trattamenti efficaci per le difficoltà alimentari sono quelli psicologici affiancati da percorsi nutrizionali. Inoltre, per massimizzare l’efficacia della cura è importante che dietista e psicologo psicoterapeuta collaborino insieme attraverso l’implementazione dello stesso modello terapeutico. È dunque molto importante che il trattamento sia eseguito da un’équipe multidisciplinare non eclettica, composta da professionisti con competenze diverse ma con lo stesso approccio e il medesimo orientamento teorico. In questo modo, pur lavorando su obiettivi specifici, i diversi professionisti utilizzano lo stesso linguaggio con i pazienti.

Il rischio dei trattamenti multidisciplinari tradizionali non guidati da una teoria è che ogni membro dell’équipe adotti e segua la propria teoria con l’unico scopo di raggiungere il proprio obiettivo terapeutico senza però considerare il lavoro degli altri. Il conseguente rischio è che il paziente possa ricevere cure, indicazioni e strategie differenti e addirittura contrastanti sentendosi disorientato. Tale approccio potrebbe inoltre inficiare sull’efficacia del trattamento, sia in termini di durata che di “durata a lungo termine” e di mantenimento degli obiettivi conseguiti. È bene dunque che i vari professionisti parlino tra loro la ‘stessa lingua’, ognuno con la propria individualità e le proprie competenze.

Nello specifico, il dietista collabora nella normalizzazione del peso corporeo (se necessario), nel reinserimento degli alimenti evitati e nella mitigazione delle regole alimentari in modo che possano essere trasformate in linee guida salutari e flessibili.”

Dott.ssa Maria Luisa Colantonio. “Parallelamente, lo psicologo psicoterapeuta lavora in collaborazione con la persona per comprendere i processi psicologici che contribuiscono al mantenimento delle difficoltà alimentari e per sviluppare strategie più funzionali per affrontarle. Come descritto in precedenza, l’ortoressia, così come altre difficoltà alimentari, comporta numerose implicazioni psicologiche. Il percorso psicoterapeutico si propone quindi di aiutare la persona a riconoscere e comprendere queste implicazioni e i meccanismi sottostanti.

L’obiettivo è permettere alla persona di ritrovare un rapporto sereno con l’alimentazione e con il proprio corpo, uscendo dallo schema vizioso e favorendo l’investimento e l’esplorazione di altre aree di vita, come la socialità.

Per raggiungere questo obiettivo, il trattamento può favorire una progressiva riduzione dell’eccessiva importanza attribuita al controllo dell’alimentazione nella valutazione di sé. Questo avviene attraverso due direttrici principali: da un lato, lo sviluppo di una maggiore flessibilità cognitiva e comportamentale; dall’altro, l’acquisizione di strategie più efficaci per modulare le emozioni legate alle preoccupazioni e all’ansia per le conseguenze del consumo di alimenti considerati non salutari, così come il senso di colpa e l’eventuale autocritica.” 

In Italia purtroppo manca una corretta educazione alimentare. Da quando dovrebbe cominciare e come dovrebbe essere attivata?

Dott.ssa Chiara Ramponi. “L’educazione alimentare dovrebbe cominciare ancor prima della nascita, durante il periodo di gestazione. Infatti, mangiare in maniera adeguata può influire sul corretto sviluppo del nascituro. Inoltre, consumare alimenti vari e dai sapori diversi può incidere in maniera positiva sul senso del gusto del bimbo che apprezzerà in futuro una maggiore varietà di alimenti. Successivamente, l’educazione dovrebbe continuare in famiglia da dopo lo svezzamento. È infatti bene che i genitori trasmettano un corretto stile alimentare dando loro stessi il “buon esempio”. I bambini, infatti, imparano imitando i grandi. È bene coinvolgere attivamente i piccoli nella fase di scelta e di preparazione dei pasti e della tavola in modo tale da renderli curiosi. Allo stesso tempo è inoltre importante non vietare il consumo di particolari alimenti o costringere al consumo di altri, comportamento che potrebbe predisporre l’eccesso e la restrizione. tale comportamento può condurre ad una maggiore alimentazione emotiva e selettiva. È meglio, infatti, utilizzare il dialogo e le parole. Tutto questo dovrebbe poi essere accompagnato e supportato da un’educazione alimentare scolastica e, perché no, dall’inserimento dell’educazione alimentare tra le materie di studio.”

In conclusione, va infine considerato che ad oggi, oltre a non avere un osservatorio a livello mondiale, l’ortoressia non è un disturbo riconosciuto come diagnosi autonoma nei principali manuali diagnostici. Ciò ha dunque implicazioni cliniche, sia in termini di accertamento sia in termini di cura.” 

Se vuoi saperne di più

Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso – Vimodrone

Mariangela Cutrone Dott.ssa Mariangela Cutrone per Redazione VediamociChiara © riproduzione riservata

Take Home Message

L’ortoressia è una vera e propria ossessione nei confronti del cibo salutare. Colpisce maggiormente le donne e ha alla base diverse implicazioni a livello psicologico legate al rapporto con il proprio corpo e il proprio peso che possono minare la propria autostima e scaturire comportamenti errati nei confronti del cibo tanto da causare carenze nutritive rischiose

Tempo di lettura: 5 minuti

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