Gaslighting, quando la Manipolazione Mina l’Autostima e la propria Autonomia

Gaslighting

Ci sono forme di manipolazione che risultano difficili da riconoscere e che minano la propria autostima e il modo di percepire la realtà e le relazioni interpersonali. Tra di esse vi annovera il gaslighting di cui si parla molto e che erroneamente molti pensano sia circoscritto solo nei rapporti di coppia ma in realtà riguarda anche le relazioni famigliari e amicali. Il termine trae origine da un film del 1944 di George Cukor, Gaslight, in cui viene raccontata la storia di un marito che fa credere alla moglie di essere pazza, utilizzando come strategia quella di manipolare la realtà oggettiva portandola a dubitare di sé stessa, spingendola a pensare di star perdendo il senno.

È una forma di manipolazione sottile e subdola che viene messa in atto per ledere l’autonomia della vittima e per assumerne di conseguenza il pieno controllo.

federico severino

Per fare chiarezza su di essa abbiamo intervistato Federico Severino, love coach ed esperto di relazioni.

 

 

Cosa si intende per gaslighting?

“Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica attraverso cui una persona porta progressivamente l’altra a dubitare della propria percezione della realtà, dei propri ricordi o delle proprie emozioni. Frasi come “te lo sei inventato”, “sei troppo sensibile”, “questa cosa non è mai successa” possono diventare problematiche quando non rappresentano un episodio isolato, ma fanno parte di uno schema ripetuto.

È importante infatti non utilizzare questa parola per qualsiasi bugia, litigio o divergenza di opinioni: parliamo di gaslighting quando la distorsione della realtà diventa sistematica e finisce per indebolire la fiducia che la persona ha nel proprio giudizio”.

Perché è così difficile riconoscerlo?

“Perché generalmente non inizia in maniera evidente. Se qualcuno cercasse immediatamente di mettere in discussione tutto ciò che pensiamo, probabilmente ci allontaneremmo. Il processo può essere molto più graduale e avvenire all’interno di una relazione nella quale esistono fiducia e coinvolgimento emotivo.

All’inizio si mette in dubbio un episodio, poi una sensazione, poi una reazione. A lungo andare la domanda può passare da “perché mi sta dicendo questa cosa?” a “e se fossi io a sbagliarmi?”

Ed è proprio quando inizi a fidarti maggiormente della versione dell’altro rispetto alla tua percezione che diventa molto più difficile riconoscere il meccanismo”.

Chi sono le potenziali vittime di questo tipo di manipolazione?

“Potenzialmente chiunque. Sarebbe sbagliato pensare che il gaslighting riguardi soltanto persone fragili o insicure. Può accadere anche a persone autonome e consapevoli, soprattutto quando esiste un forte coinvolgimento emotivo. Alcune condizioni possono però aumentare la vulnerabilità: una bassa fiducia nel proprio giudizio, il bisogno costante di approvazione, la paura dell’abbandono o la difficoltà nel mettere dei confini.

Più abbiamo bisogno che quella relazione continui, più potremmo essere portati a mettere in discussione noi stessi pur di preservarla”.

Quali sono gli effetti del gaslighting sulla vittima?

“Uno degli effetti più importanti è la perdita progressiva di fiducia in sé stessi. La persona può iniziare a chiedersi continuamente se stia esagerando, se ricordi correttamente gli eventi o se abbia il diritto di provare determinate emozioni.

Possono comparire confusione, senso di colpa, ansia, difficoltà nel prendere decisioni e una crescente dipendenza dal giudizio dell’altro. Nei casi più persistenti può esserci anche un progressivo isolamento: se non mi fido più della mia percezione, avrò sempre più bisogno dell’altra persona per stabilire cosa sia vero, giusto o sbagliato”.

Come e in che misura l’incremento delle interazioni virtuali facilita questo meccanismo di manipolazione?

“Il digitale non crea necessariamente il gaslighting, ma può offrire nuovi contesti nei quali alcune dinamiche manipolative diventano più facili. Una conversazione online è fatta di messaggi che possono essere cancellati, comunicazioni frammentate, silenzi e interpretazioni prive di tono e linguaggio non verbale. Inoltre oggi una parte importante delle relazioni passa attraverso social, chat e applicazioni di messaggistica.

C’è però un aspetto interessante: il digitale può anche rendere alcune contraddizioni più verificabili, perché lascia delle tracce. Per questo non direi che i social siano la causa del problema. Sono semplicemente un nuovo ambiente nel quale dinamiche relazionali già esistenti possono assumere forme differenti”.

Come difendersi da questo tipo di manipolazione? Ci sono delle strategie efficaci?

“La prima difesa è riconoscere lo schema, soprattutto osservando la ripetitività dei comportamenti. Un singolo disaccordo sulla ricostruzione di un evento non significa essere manipolati.

Può essere utile riportarsi ai fatti, annotare determinati episodi quando ci si sente particolarmente confusi e confrontarsi con persone esterne alla relazione di cui ci fidiamo. Ma soprattutto bisogna imparare a non delegare completamente all’altro la validazione delle proprie emozioni. Se qualcosa mi fa stare male, posso interrogarmi sulla mia reazione senza permettere a qualcuno di convincermi che ciò che provo non abbia alcun valore.

E poi ci sono i confini. Quando ogni tentativo di confronto viene sistematicamente ribaltato contro di noi, continuare a cercare la frase perfetta per far capire all’altro il nostro punto di vista spesso non risolve il problema. A volte proteggersi significa anche prendere distanza”.

Quando è utile l’aiuto di un professionista?

“Quando ci accorgiamo che la relazione sta compromettendo significativamente il nostro benessere, la nostra autonomia o la fiducia che abbiamo in noi stessi. Se una persona arriva a non sapere più cosa pensare, prova costantemente ansia o senso di colpa, si sente isolata oppure non riesce ad allontanarsi nonostante riconosca la sofferenza che quella relazione le provoca, chiedere aiuto può essere molto importante.

E qui credo sia fondamentale anche riconoscere i confini delle diverse figure professionali. Un coach può lavorare su consapevolezza, obiettivi e dinamiche relazionali, ma quando emerge una sofferenza psicologica significativa o una situazione che richiede un intervento clinico è necessario rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta. Chiedere aiuto, in questi casi, non significa essere deboli: significa evitare di affrontare da soli qualcosa che sta diventando più grande delle proprie risorse attuali”.

 

Mariangela Cutrone Dott.ssa Mariangela Cutrone per Redazione VediamociChiara © riproduzione riservata 

 

Take Home Message

Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica sottile e subdola che spinge la vittima a dubitare di sé stessa, di ciò in cui crede, delle proprie emozioni e del modo di percepire la realtà. Mina inevitabilmente l’autostima. Riconoscerla è il primo passo per poterla contrastarla e per poter imparare a definire confini netti e chiari con chi vuole esercitare una forma di controllo con conseguenze sulla propria autonomia

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